Cercati dal Padre - Commento al vangelo di don Gabriele Nanni - 10.12.2019 - Mt 18, 12-14

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10 dicembre 2019
CERCATI DAL PADRE
Dal vangelo secondo Matteo (Mt 18, 12-14)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?
In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.
Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».
Dio Padre cerca i figli perduti e quando ne ritrova uno è festa grande.
Così Gesù cerca di spiegare la gioia conviviale che accade quando un peccatore riconosce il Salvatore e si converte.
La parabola della pecora perduta viene spesso compresa in modo superficiale. Infatti, si pone l’accento sulla quantità delle pecore che si trovano in uno stato di salute e sicurezza, quasi che la centesima sia un’eccezione. Così facciamo coincidere lo stato della pecora perduta con quello di persone che in modo estremo si sono allontanate dal bene, i grandi criminali o i depravati, i personaggi che si macchiarono di crimini immensi contro l’umanità.
Tale interpretazione fa sì che noi ci collochiamo nel gruppo delle novantanove pecore, e guardiamo con distacco e sufficienza chi invece è fuori dal gregge.
Anche un tentativo di correzione di tale istintiva considerazione di sé rischia di sfalsare il vero significato dell’esempio delle pecore. Si tratta di voler applicare la regola che dice che tutti siamo peccatori, per cui qualche difetto o mancanza dobbiamo trovarlo in noi: si procede allora con una sorta di lente di ingrandimento per ingigantire le inezie, pur sapendo che sono tali, ma ovviando così allo scrupolo di considerarci privi di peccati.
Ma anche questa operazione di svisceramento delle nostre minuscole colpe, altro non fa che evidenziare la nostra cecità riguardo la nostra situazione, infatti, ammettiamo che siamo pieni di difetti, ma non ci consideriamo affatto fuori dal recinto delle brave persone e soprattutto sentiamo di meritare il Paradiso, come se fosse solo una questione di attesa.
Ma rileggendo la parabola della pecora perduta, siamo invitati a capire, prima di tutto, che in primo piano sta la ricerca del Padre e il ritrovamento della pecora che si lascia trovare. La difficoltà del Pastore non è quella di trovare, ma del recupero della pecora che deve riconoscere la sua voce e chiedere il suo soccorso. L’atteggiamento della pecora, che ignara continua bizzosa ad andare per i fatti suoi, rende difficile o impossibile l’incontro tra lei e il Pastore che la vuole salvare. La presunzione di non essere affatto in pericolo è il punto che la spinge a voler seguire il proprio gusto.
Ciò detto, Gesù esprimel a gioia della salvezza anche della singola pecora, che vuol dire che ogni anima è considerata di grande preziosità, mentre noi diamo valore al numero, poiché la massa fa ricchezza, mentre il Pastore che è già ricco di suo, ama ciascuna delle pecore: le tiene per farle vivere e non per venderle. La gioia è in Cielo, cioè tra coloro che non sono nella situazione di pericolo sulla terra. Noi tutti siamo quindi quella pecora perduta, mentre le novantanove sono le creature che stanno al sicuro, appunto nell’ovile, nel seno del Padre, non certo qui sulla terra.
La lezione è grande allora, poiché siamo avvertiti della nostra cecità, riguardo la nostra situazione esistenziale. Quest’oscuramento dell’intelligenza spirituale ci fa considerare come al sicuro, come persone che non hanno bisogno, attive nel giudicare gli altri, considerati sempre peggiori di noi, per salvarci dal confronto con loro, ma non tanto dalla situazione reale in cui versiamo. La vita terrena è segnata dal nostro fallimento, impotenza, imperfezione, peccaminosità.
La presunzione ci fa paragonare agli altri uomini e quindi non ci fa capaci di percepire il peccato, il quale è contro Dio. Si tratta di valutazioni che prescindono il mero atteggiamento di non voler nuocere al prossimo, pur lodevole quando ci riusciamo, ma non è sufficiente. Infatti, siamo ciechi riguardo al nostro destino, sulla direzione della nostra esistenza, ottusi riguardo al pericolo che incombe per l’eternità.
Siamo privi di coordinate spirituali che ci diano l’esatta posizione del luogo e della situazione in ordine al traguardo della vita eterna, all’incontro con Dio, che abbiamo smarrito dal nostro orizzonte ridotto ad un presente senza domani.
Questo è il senso della parabola sulla pecora smarrita: la quale, fino a quando è giorno insegue spiazzi e radure erbose, ma non percepisce il pericolo che si cela nel terreno sconosciuto, delle bestie rapaci, dell’oscurità della notte che fa diventare orribile quello che di giorno sembra ameno.
Così non siamo disposti ad ascoltare la voce del Pastore: l’unico che voglia il nostro bene. Il Padre cerca le sue creature, ma noi non si lasciamo trovare, quando invece accade, allora è grande festa in Cielo!
Dio vi benedica!
Gabriele Nanni

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