Dalla CURVA alle BOTTE con IBRA ||| Matteo GABBIA: l'INTERVISTA

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«Nonna dormi pure, è tutto vero». «No Matteo, non riesco. Non ci credo che sia successo davvero». Non riusciva a dormire. Non aveva neanche finito di guardare la partita contro il Torino. Non ce la faceva. Troppa ansia, troppe emozioni. Credo sia stata la prima volta che le è successo. «Ho giocato a San Siro, con la maglia del nostro Milan». Per una volta ero io a prendermi cura di lei. Se quel giorno avevo sostituito Simon Kjær nella Scala del Calcio, il merito e la colpa erano di Adriana e Gilberto, i miei nonni. Sono stati loro a portarmi allo stadio: abbonamento nel primo anello, settore arancio. Il pre-partita riesco ancora a riviverlo. Quando giocavamo nel posticipo serale, ci trovavamo a casa loro insieme a mio cugino. Facevamo merenda, mangiavamo un toast prosciutto e formaggio e scendevamo. A piedi fino all’incrocio, dove il pullman dei tifosi ci aspettava per portarci allo stadio. Quel Milan era tra le squadre più grandi al mondo ed era davvero un sogno entrare lì dentro. Se ci penso, ricordo lo stadio che si apre ai miei occhi, il profumo fortissimo dell’erba del campo. Quel giorno, il 17 febbraio, ero io a prendermi cura di mia nonna. Avevo esordito in Serie A. Non mi aspettavo che sarebbe successo proprio in quelle ore. Simon si era infortunato, Pioli aveva chiamato Musacchio, che gli rispose: «Non ce la faccio, mi fa ancora male il polpaccio». Il mister non esitò: «Allora Matteo entri te». Era inverno, un freddo tremendo. Ero vestito come uno che sa di non entrare. In 3 secondi mi spogliai, credo di essermi tolto il giubbotto senza neanche abbassare la zip. I parastinchi, dalla foga e la fretta, mi scivolarono pure dalle mani! E alla fine niente, eccomi lì, in mezzo alla difesa insieme a Romagnoli. Alessio è un mio amico, come lo sono Fik e Simon. Fik lo prendo sempre in giro: secondo me neanche lui sa pronunciare il proprio nome. «Oluwafikayomi Oluwadamilola Tomori», ci ho messo diversi giorni per impararlo, ma adesso posso dire di essere il più bravo a ripeterlo nello spogliatoio. Ci vogliamo bene, ci diamo consigli. Kjær mi spiega spesso la fase di posizionamento. Indossare la maglia del Milan a San Siro è un carico di emozioni. Per questo devi imparare a gestire tutti i momenti: quelli dove il cielo è chiaro, quelli dove il cammino è a piedi scalzi sulle spine. Ho incontrato dei compagni stupendi: non solo Kjær e Roma, ma anche Borini, Biglia e tanti altri. Il gruppo è fantastico. Per essere qui ho lottato con le unghie. Sono entrato per la prima volta a San Siro nel 2004. E a giudicare dall’inizio, la mia avventura con il Milan non poteva che essere stupenda. Giocavamo contro la Fiorentina, io avevo da poco compiuto 5 anni. Vincemmo 6-0: Seedorf, Crespo, poi Sheva. E poi ancora Crespo, Sheva, a chiudere la doppietta di Seedorf. Una giornata trionfale: sulla strada verso lo stadio, i tifosi della Fiorentina tirarono diverse uova verso i vetri del pullman e io scoppiai a ridere. La cosa mi divertiva così tanto, non chiedetemi perché.

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