Vmbra Imperii – Lib. XV “Vagando per nebulam”

 
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“[…] Tua nunc opera meae pluellae
Flendo turgiduli rubent ocelli.”

“[…] Ora per causa tua, della mia fanciulla
gli occhi sono rossi e un po’ gonfi per il pianto.”

[Catullo, “Carmina”, III, vv. 17-18]

Continua l’interminabile notte di investigazione dei custodes intenti a far luce sul misterioso sogno che li metteva in guardia sulla presenza di una preoccupante ed estesa corruzione tra i vertici dell’Urbe, tale da contrariare gli stessi dei di Roma. Mentre il grosso del gruppo sta facendo da scorta all’edile Lucio Claudio Lentulo, accompagnandolo nel tragitto dalla casa di Claudia Minore fino alla sua, Vetius e Candemium sono proprio nei pressi della domus del magistrato; il primo fuori intento a far da palo per il secondo che si è infiltrato ed ha svegliato senza molte premure la moglie dell’edile.

Lucilla, così si chiama la moglie di Lentulo, è stata infatti svegliata con un cappuccio in testa, una mano sulla bocca e parole poco rassicuranti da parte di Candemium che non ha mancato di far ticchettare la lama del proprio coltello sui bordi del letto per assicurarsi che alla donna non sfuggisse il fatto di essere armato. Dopo un breve interrogatorio ben poco rivelatore, il cartaginese si fa guidare dalla matrona terrorizzata (e sempre incappucciata) nello studio dell’edile. Il tutto nella quasi totale oscurità e senza, sorprendentemente visto il cappuccio sulla testa di Lucilla, fare il minimo rumore ed evitando quindi che la schiava personale della donna si desti.

Nello studio, molto debolmente illuminato da residui di brace, Candemium si mette a cercare documenti compromettenti, ma avendo comunque fretta e, soprattutto, non sapendo bene cosa cercare, si decide a risolvere la cosa prendendo qualche pergamena a caso dal mobile a parete dietro la scrivania ed un grosso codice (libro rilegato) sulla stessa. Esce quindi dalla domus dell’edile con il bottino, ma non prima di essersi assicurato che Lucilla non si azzardi a dare l’allarme. La povera donna incappucciata e silenziosamente singhiozzante, viene lasciata inginocchiata nello studio del marito a ripensare alle minacce del cartaginese che, una volta uscito, si ricongiunge con Vetius.

Nel mentre, gli altri arrivano scortando l’edile e con la coda dell’occhio scorgono due figure in disparte che Minimo Nono Settentrio si affretta ad inseguire, ma appena questo giunge nelle vicinanze, allontanandosi dalla vista del gruppo, i due inseguiti, che altri non sono che Vetius e Candemium, si identificano e spiegano al compagno germanico quanto hanno fatto e trovato. A questo punto Minimo, dopo aver urlato qualche frase intimidatoria, torna indietro affermando di aver messo in fuga i due figuri che non è riuscito ad identificare.

Il contubernio saluta quindi l’edile e si appresta a tornare al Castra Praetoria, quando un servo esce di corsa dalla casa del magistrato e li richiama perché qualcuno si è introdotto nella domus di Lentulo lasciando la matrona Lucilla in uno stato evidentemente alterato. I custodes entrano nella casa di Lentulo e, mentre Calvus presta aiuto alla moglie dell’edile, si mettono ad eseguire qualche indagine, più di circostanza e per sviare eventuali sospetti. Durante il sopralluogo nello studio, Minimo ne approfitta per intascarsi una tabula (tavoletta cerata) con sopra scritti i nomi delle persone con cui l’edile ha appuntamenti nei giorni seguenti.

Dopo aver rassicurato Lentulo, i custodes tornano finalmente al Castra Praetoria e si riuniscono con Vetius e Candemium iniziando ad esaminare quanto preso dalla casa dell’edile. L’incursione del cartaginese ha fatto ottenere il libro mastro della contabilità dell’edile, dal quale però non risultano movimenti di denaro sospetti, e tre pergamene: una di diritto romano, una contenente alcune delle odi di Catullo ed un’ultima che è una lettera di un certo senatore Claudio, nome che compare anche sulla tabula e con cui l’edile si deve incontrare tra qualche giorno.

Un po’ scoraggiati dal poco, se non nullo, progresso nelle indagini, i custodes decidono di sbarazzarsi dei documenti e cercare qualche risposta interpellando direttamente gli dei, così Al Sahlahin si prepara per un rituale di Oraculum per avere indicazioni sulla strada da seguire. L’egiziano cade in trance e con voce monotona e cantilenante pronuncia le seguenti parole: “State camminando nella nebbia, vi siete avvicinati al principio”.

Ave atque vale!

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