Vmbra Imperii – Lib. XXIV “Exsecutio”

 
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“[…] quorum e numero L. Pituanius saxo deiectus est, in P. Marcium consoles extra portam Esquilinam, cum classicum canere iussissent, more prisco advertere.”

“[…] uno di essi, Lucio Pituano, fu gettato dalla Rupe Tarpea, mentre i consoli procedettero all’esecuzione di Publio Marcio, secondo la prassi di un tempo, fuori dalla porta Esquilina, dopo aver fatto suonare le trombe per richiamare il popolo.”

[Tacito, “Ab excessu divi Augusti” (Annales), Lib. II, 32]

I custodes sono entrati in azione per stroncare il culto responsabile dell’evocazione del demone Azazel dopo un’attenta pianificazione che contempla anche il coinvolgimento di tre centurie della Cohors Auxiliaria I Ulpia Dacorum. Il gruppo, dopo aver eliminato silenziosamente e senza problemi le guardie, è entrato nella casa della famiglia Anarice dove sono ragionevolmente sicuri di trovare il predicatore Iacob identificato come il capo del culto. Dentro la villa, molto simile ad una classica domus patrizia a Roma, il contubernio si divide, metà del gruppo si dirige al piano superiore, l’altra metà verso le cantine.

Al piano terra, verso le cantine e l’uscita secondaria, si dirigono Minimo, Cattus e Calvus che trovano alcuni servitori che vengono convinti a stare buoni e fermi, non senza che il guerriero originario della Germania abbia però aperto in due uno dei loro compagni come opera di persuasione. Al piano superiore le cose non sono meno cruente, Al Sahlahin, Vetius e Candemium si trovano davanti sei stanze, davanti a quattro delle quali il medaglione di Azazel brilla e quindi i tre decidono di setacciarle una alla volta. Nonostante l’espressa volontà di catturare almeno un prigioniero per interrogarlo però, l’esplorazione delle prime due camere termina con lo stesso risultato, la lama dell’assassino che recide le gole dei malcapitati.

Entrati nella terza stanza il copione non cambia, Vetius mette il piede in fallo facendo rumore, probabilmente più avvezzo a muoversi in mezzo alla natura che dentro la camera scarsamente illuminata di un qualche ricco aristocratico, provocando in risposta qualche mugugno dall’occupante del letto forse sulla via del risveglio; così la lama di Candemium entra nuovamente in azione facendo andare il malcapitato dal regno di Morfeo a quello, assai meno piacevole, dell’Ade. I tre custodes passano quindi alla quarta stanza, l’ultima davanti alla quale il medaglione si era illuminato, questa volta hanno più successo forse perché a dormire ignara c’è una donna, probabilmente la padrona di casa, e Candemium ha esperienza di come trattare con le matrone.

La donna viene svegliata con una mano sulla bocca da Vetius che le chiede l’ubicazione di Iacob. L’aristocratica dopo alcuni attimi di incertezza e smarrimento, indica ai custodes le cantine dicendo che il predicatore aveva detto di voler passare lì la notte, dopo ciò viene fatta svenire legata ed imbavagliata. Quindi Candemium si carica la donna in spalla ed i tre fanno per scendere per ricongiungersi con gli altri compagni, ma nel corridoio Al Sahlahin urta leggermente con lo scutum un braciere provocando un leggero rumore; da una stanza si sentono dei rumori e poco dopo un bambino esce, ma l’augure lo convince a tornare a dormire perché non è ancora l’ora di svegliarsi. Sembra di nuovo tutto tranquillo, ma dall’ultima stanza escono due donne che hanno l’aspetto di essere delle serve, ma anche loro vengono convinte a rientrare nelle proprie stanze da una freccia di Vetius scoccata con l’intento di minacciare le malcapitate.

Il gruppo si riunisce e la matrona viene fatta rinvenire con una secchiata d’acqua, ma prima, su segnalazione di Al Sahlahin, Candemium elimina uno dei servi catturati da Minimo, Cattus e Calvus buttandolo nel pozzo perché il medaglione di Azazel gli si era leggermente illuminato davanti. La nobildonna, fatta rinvenire, viene nuovamente brevemente interrogata, i custodes scoprono così che le cantine non hanno un’uscita secondaria, ma oltre a questo ottengono solo qualche minaccia e promessa di morte che li convincono a farla nuovamente svenire. Il contubernio si addentra quindi nelle cantine dopo aver legato e imbavagliato i servi così come la loro padrona.

Esplorando le cantine, i custodes trovano una porta spessa che sembra sbarrata, probabilmente quella che conduce nella zona interdetta ai servi. Calvus riesce a scassinare la serratura e apre la porta; nella stanza che viene illuminata dalla luce della torcia il gruppo vede una decina di figure a terra che sembrano morti e ricoprono il pavimento fino all’estremità opposta dove sorge un altare sul quale c’è qualcuno seduto. Vetius non perde tempo e scaglia una freccia contro la figura sull’altare, ma il colpo manca stranamente il bersaglio. La figura sull’altare, evidentemente il predicatore Iacob, accoglie quindi gli inviati di Roma e battendo il bastone sulla nuda pietra del pavimento rianima i cadaveri presenti che si lanciano contro i custodes.

L’orrore assale inizialmente quasi tutto il contubernium che non si aspettava di affrontare dei morti rianimati, ma dopo un primo momento di smarrimento lo scontro che segue si conclude a favore dei custodes che sono pronti a dirigere le proprie attenzioni su Iacob. Il predicatore ora è in piedi e mormora parole arcane tracciando con il bastone delle linee sul pavimento che iniziano ad emettere un tenue bagliore e un odore di zolfo inizia a permeare l’ambiente…

Ave atque vale!

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