Il lupo abita qui. Andare per boschi in Romagna

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La vita è fatta di percorsi: a volte lunghi e distesi come la via Emilia, a volte tortuosi come quelli che si inerpicano sulle montagne secolari del Parco delle foreste casentinesi. Oppure sono semplici stradine bianche, di quelle nelle quali perdersi nelle mattine d’estate, quando l’aria fresca ti accoglie e i cani abbaiano in lontananza.
Riccardo Raggi è una delle uniche sette guide del Parco delle Foreste Casentinesi, autorizzate a chiamare i lupi. E questa notte anche noi andremo insieme a lui.
In realtà questa è una escursione scientifica. I dati che raccoglieremo andranno alle guardie del corpo forestale dello stato che ogni giorno controllano e difendono il parco. E si chiama wolf howling, tradotto ululare ai lupi.
I lupi vivono nel parco da tempo immemorabile. Cacciati, perseguitati e uccisi per secoli, sono animali schivi. Orecchie triangolari, occhi giallastri e attenti, un mantello folto fatto di peli sottili che varia dal grigio al marrone rossiccio. Ecco l’identikit di questo animale che popola da secoli leggende, favole e storie popolari.
Nella mitologia greca rappresentava Marte, ovvero il lato distruttore. E’ lui l’animale che condusse Odino e le Valchirie all’interno del campo di battaglia. Ma è anche simbolo di forza e di lealtà. Romolo e Remo si salvarono perché accuditi da una lupa.
Riccardo ama il suo lavoro. E’un esperto naturalista ma anche un grande senso dello humor, come ogni buon romagnolo. E prima di condurre il gruppo nel punto prestabilito, ci racconta un po’ di storie.
L’appuntamento è in un noto agriturismo della zona. Busso ad una finestra ed entro in una grande stanza con il camino acceso. Il freddo fuori comincia a farsi sentire e il teporino è una cosa che scalda l’anima. Li incontro Lorenza e i suoi gatti. Uno è accoccolato sulle sue ginocchia. E’ qui il ritrovo per il wolf howling? Si entra pure. E’ un vero e proprio salto nel tempo. Quando in Romagna le famiglie si riunivano a veglia, nelle stalle, perché li si che faceva caldo e mentre gli adulti lavoravano, i nonni raccontavano le storie più improbabili ai bambini, zitti e con il naso all’insù.
I lupi vivono in branco perché questo è il loro rifugio. Un sistema definito da regole precise che garantisce la sopravvivenza di tutto il gruppo. Camminano nella neve, il primo segna il passo e gli altri infilano le loro zampe esattamente nelle orme del capobranco e così sembra sempre che ci sia un lupo solo.
Alla spicciolata arrivano tutti, adulti e bambini. La cena nella sala grande è ricca, gustosa e si chiacchiera in allegria. Tutti sanno che sarà una notte impegnativa. 45 minuti di cammino prima di arrivare al punto esatto indicato per lanciare il richiamo.
E’ ora di partire. Io sono bardata come se dovessi partire per l’Antartide e ho anche una piletta da testa, comprata in occasione del mio viaggio in Guatemala.
In fila indiana camminiamo, cercando di fare il massimo silenzio. La luna questa sera è piena e il sentiero è parzialmente illuminato.
Quando arriviamo Riccardo si posiziona e tira fuori un enorme megafono, fornito dal Parco. Li ci sono le registrazioni degli ululati.
Aziona il megafono e parte un lungo e acuto grido. Siamo spiazzati. Assorti e attenti. Ci aspettiamo che dall’altra parte della valle qualche lupo ascolti e risponda.
Di solito il richiamo viene lanciato due volte ad intervalli regolari proprio perché si dà ai lupi la possibilità di ascoltare, riconoscere e poi rispondere.
Al primo lancio non succede nulla e nemmeno al secondo. Ma nessuno ci aveva garantito nulla.
Un caffè e qualche biscotto che Riccardo tira fuori dal suo organizzatissimo e gigantesco zaino ed è ora di tornare.
Fa freddo e siamo stanchi, e forse anche un po’ delusi ma questa è la natura. I lupi questa notte avevano altro da fare. E va bene così!
Info
https://www.romagnatrekking.it/

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