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Episodio 59. La lotta alla mafia, il prefetto Mori e la realtà siciliana

13:25
 
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Con questo episodio, il numero 59 della serie ordinaria, tocchiamo un aspetto che la scorsa stagione non è stato che minimamente toccato, ovvero il contrasto al fenomeno mafioso nella Sicilia del prefetto Mori. Ma questa volta con l’occhio sul lavoro dei Carabinieri.

Per supportare adeguatamente l'azione del prefetto, nel 1925 a Palermo, fu ricostituito in tutta fretta il battaglione mobile denominato “Provvisorio per la repressione del Malandrinaggio in Sicilia”. Ne fu il comandante il maggiore dei Carabinieri Giuseppe Artale, a cui è stato dedicato qualche cenno nel Calendario Storico dell'Arma dei Carabinieri per il 2013. Messinese di nascita, carabiniere nel 1897, dal 1909 con il grado di maresciallo d’alloggio aveva prestato servizio nella legione di Palermo. Comandante di tenenza di Tripoli nel 1911, fu istruttore nella locale scuola Allievi Zaptié, per diventarne poi comandante. Operò sul fronte ma fu poi inviato in Dalmazia. Nel 1923 l’ufficiale era alla legione Allievi Carabinieri di Roma e, nel marzo 1925, promosso maggiore, assunse il nuovo incarico a Palermo che resse sino al 1929.

Il battaglione mobile di Palermo svolse un ruolo estremamente importante ancorché poco conosciuto. In tale periodo, dunque, l’azione del Battaglione di Palermo, uno dei pochi rimasti in vita con l’ascesa del fascismo fu particolare e interessante. Il reparto operò a lungo in tutta l’area di competenza del prefetto e non si limitò a svolgere “semplici” attività di rastrellamento o di controllo delle zone rurali, ma si adoperò per attività investigative più sofisticate.

Il battaglione e l’organizzazione territoriale rappresentavano elementi di eccellenza e soprattutto tra i membri del battaglione vi furono numerosi riconoscimenti per l’opera di carattere investigativo. Sebbene il reparto potesse apparire come un’unità militare, in realtà, si doveva guardare a tale organismo come un’organizzazione mista metà militare e metà investigativa, una soluzione di compromesso che mise in evidenza capacità professionali notevoli.

La messa a riposo di Mori e la fine dell'esperienza per volontà del fascismo e di Mussolini furono di facciata. Nonostante le dichiarazioni del fascismo, tuttavia, non si poté considerare chiusa l’azione di contrasto alle associazioni mafiose che continuò senza dare voce all'attività condotta dalle Forze dell'Ordine.

Vi aspettiamo presto alla prossima puntata!

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Per supportare adeguatamente l'azione del prefetto, nel 1925 a Palermo, fu ricostituito in tutta fretta il battaglione mobile denominato “Provvisorio per la repressione del Malandrinaggio in Sicilia”. Ne fu il comandante il maggiore dei Carabinieri Giuseppe Artale, a cui è stato dedicato qualche cenno nel Calendario Storico dell'Arma dei Carabinieri per il 2013. Messinese di nascita, carabiniere nel 1897, dal 1909 con il grado di maresciallo d’alloggio aveva prestato servizio nella legione di Palermo. Comandante di tenenza di Tripoli nel 1911, fu istruttore nella locale scuola Allievi Zaptié, per diventarne poi comandante. Operò sul fronte ma fu poi inviato in Dalmazia. Nel 1923 l’ufficiale era alla legione Allievi Carabinieri di Roma e, nel marzo 1925, promosso maggiore, assunse il nuovo incarico a Palermo che resse sino al 1929.

Il battaglione mobile di Palermo svolse un ruolo estremamente importante ancorché poco conosciuto. In tale periodo, dunque, l’azione del Battaglione di Palermo, uno dei pochi rimasti in vita con l’ascesa del fascismo fu particolare e interessante. Il reparto operò a lungo in tutta l’area di competenza del prefetto e non si limitò a svolgere “semplici” attività di rastrellamento o di controllo delle zone rurali, ma si adoperò per attività investigative più sofisticate.

Il battaglione e l’organizzazione territoriale rappresentavano elementi di eccellenza e soprattutto tra i membri del battaglione vi furono numerosi riconoscimenti per l’opera di carattere investigativo. Sebbene il reparto potesse apparire come un’unità militare, in realtà, si doveva guardare a tale organismo come un’organizzazione mista metà militare e metà investigativa, una soluzione di compromesso che mise in evidenza capacità professionali notevoli.

La messa a riposo di Mori e la fine dell'esperienza per volontà del fascismo e di Mussolini furono di facciata. Nonostante le dichiarazioni del fascismo, tuttavia, non si poté considerare chiusa l’azione di contrasto alle associazioni mafiose che continuò senza dare voce all'attività condotta dalle Forze dell'Ordine.

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