La peste a Trento nel 1630

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A Trento, come nel resto dell’Italia settentrionale, la nota peste manzoniana ebbe effetti devastanti. Convinte, in un primo momento, di poter arginare la pestilenza grazie al controllo dei suoi confini giurisdizionali, le autorità cittadine di Trento dovettero fare i conti con un rapido aumento della contagiosità nel 1630. A poco servirono le manifestazioni di devozione, così come i restringimenti alle attività fieristiche e commerciali. L’epidemia prese avvio nel quartiere di Borgo Nuovo, per poi dilagare in tutta la città e nel contado. Le istituzioni pubbliche si prodigarono per creare un Lazzaretto in fretta e furia, sulle rive del fiume Adige. Medici, speziali e chierici - gli operatori sanitari dell’epoca - vennero sopraffatti dalla veloce diffusione del contagio: alla fine dell’epidemia, i morti all’interno del Lazzaretto furono infatti 700. Una straordinaria testimonianza di quest’area di quarantena è costituita dallo “stendardo” del Museo Diocesano Tridentino, un ex-voto del 1630 in cui si vedono gli appestati protetti da strutture in legno e - in alcuni casi - da botti di vino vuote, riutilizzate come rifugi di emergenza. Il prezzo più caro, alla fine della pestilenza, lo pagarono gli operatori sanitari e i commercianti, insieme alle istituzioni pubbliche, impegnatesi fortemente, dal punto di vista economico, per far fronte all’emergenza. Ma un’intuizione pubblica ripopolò presto la città e rivitalizzò l’economia locale: la vendita del diritto di cittadinanza escogitato dalle autorità pubbliche, infatti, permise a Trento di ripartire in tempi rapidi.
Da un testo di Alessandro Paris, post-doc presso l’Istituto Storico Italo-Germanico della Fondazione Bruno Kessler

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