Peste. La Fase 2 a Bergamo nel Seicento

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Le immagini potenti dei carri militari, carichi di feretri in coda a Bergamo; la mancata istituzione della zona rossa ad Alzano e Nembro; la pressione politica per la ripresa economica di una delle zone industriali più importanti d’Italia; il sacrificio di infermieri e medici negli ospedali provinciali. Sono soltanto alcuni degli indelebili ricordi che rimarranno della pandemia di Covid-19 che ha colpito la Bergamasca agli inizi del 2020. Le medesime aree subirono gravissimi danni in occasione della peste del 1630: a quell’epoca, tuttavia, la ripresa economica fu un pensiero meno impellente rispetto alla paura della morte e alla tutela della sanità pubblica. Contadini e mercanti, caduti in disgrazia, cercarono di godersi quel poco che era rimasto. Altri, approfittando della debolezza politica, si prodigarono per costituire bande organizzate di criminali, che saccheggiarono le poche abitazioni ancora occupate dalla cittadinanza. Non mancarono poi membri delle classi sociali più elevate che sfruttarono l’epidemia di peste per arricchirsi ulteriormente, senza particolari turbamenti di ordine morale. La popolazione sopravvissuta, di converso, si fece forza, affidandosi al culto dei santi, alla superstizione e a rimedi medici di scarso successo. Ciò non toglie che le magistrature veneziane, responsabili del governo di Bergamo in età moderna, ebbero fiducia nella forza e nella tenacia dei bergamaschi, che infine, pur tra molte difficoltà, riuscirono a superare la peggiore crisi della loro storia.
Tratto da un testo di Fabio Gatti, dottorando presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

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