Vmbra Imperri – Lib. XXV “Proscriptio”

 
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“Maiestatis autem crimen illud est, quod adversus populum Romanum vel adversus securitatem eius committitur […]”

“Il tradimento è quel crimine che è commesso contro il popolo Romano o contro la sua sicurezza […]”

[Giustiniano, “Digesta seu Pandectae”, XLVIII. 4. 1. 1]

I custodes sono entrati nella casa della famiglia Anarice, dove, dopo essersi lasciati un po’ di cadaveri alle spalle, hanno localizzato il predicatore Iacob identificato come il capo del culto che ha evocato il demone Azazel. Trovato seduto su un altare in una stanza chiusa a chiave delle cantine della villa degli Anarice circondato da cadaveri, Iacob si dimostra essere qualcosa di più che un semplice cieco che si interessa ad oscuri rituali, infatti, dopo aver quasi magicamente schivato una freccia scoccata da Vetius, rianima i corpi attorno a lui che assaltano il contubernio.

I custodes sono quindi costretti ad affrontare dei cadaveri rianimanti che riescono a sopraffare dopo uno scontro cruento che gli aveva inizialmente visti arretrare davanti all’orrore rappresentato dall’avversario. Ormai pronti a rivolgere nuovamente le loro attenzioni su Iacob, si accorgono che ora il vecchio è in piedi davanti all’altare mentre traccia con il bastone linee sul terreno che iniziano a risplendere di un tenue bagliore. Una leggera nebbia si innalza nella stanza accompagnata da un forte odore di zolfo mentre dal pentacolo tracciato sul terreno dal predicatore cieco escono una decina di creature glabri e deformi con lunghi artigli: Eurinomi, demoni che si nutrono di cadaveri.

Lo scontro non si rivela essere troppo arduo per i custodes anche se Calvus rischia di venir sopraffatto dopo che un artiglio di una delle creature lo scalfisce contaminandone il sangue e debilitandolo pesantemente. Ora non resta che occuparsi di Iacob anche se dopo aver affrontato demoni e cadaveri rianimati il contubernio inizia a mostrare segni di cedimento ed il predicatore evidentemente non è quel vecchio cieco che appariva. Cattus si accorge anche che la punta della lancia di Longino inizia a vibrare entrando in risonanza con il bastone tenuto da Iacob che è evidentemente l’asta della suddetta arma ed intima ai suoi compagni di strapparla dalle mani del vecchio predicatore, anche perché grazie a quell’oggetto il loro avversario è tenuto al riparo dall’ira di Azazel.

Candemium e Minimo si scagliano contro Iacob, il cartaginese infila la lama del suo coltello in profondità nel petto dell’avversario e permette al germano di colpire in pieno con la spatha che taglia il nemico dal collo alla vita. Il corpo diviso in due parti del predicatore cade a terra, ma dopo pochi istanti un fiume di sangue esce da entrambi i pezzi ricongiungendoli e Iacob torna in piedi solo leggermente ferito.

Al Sahlahin grida ai suoi compagni che il nemico che stanno affrontando è un immortale e che le loro armi non possono molto contro una tale minaccia, sembra che l’unica soluzione sia separarlo dall’asta della lancia di Longino e permettere ad Azazel di occuparsene anche se colpirlo con la punta della lancia potrebbe rivelarsi utile. Questa volta a caricare Iacob si aggiungono anche Vetius e Cattus, ma lo sforzo congiunto dei custodes non si dimostra sufficiente e questi vengono tutti respinti, inoltre il vecchio riesce ad afferrare Candemium e ad affondare i denti nelle carni del cartaginese risucchiandone un po’ di linfa vitale e rimarginando ulteriormente le proprie ferite ed affermando che nessuno di loro può riuscire ad opporsi all’Iscariota.

I custodes tornano all’assalto, Candemium distrae il nemico permettendo a Minimo di assestare un colpo preciso con la lancia che a contatto con le carni di Iacob le polverizza, queste però continuano a rigenerarsi, ma mentre ciò avviene Cattus e Vetius riescono a strappare il bastone dalle grinfie del predicatore e Al Sahlahin ne approfitta per mettere il medaglione ricevuto da Azazel al collo di Iacob. I rubini degli occhi del medaglione a forma di testa di caprone iniziano a brillare di un’intensa luce abbagliante mentre un’onda d’urto scaglia i custodes contro le pareti della stanza, una nebbia violacea inizia a pervadere tutto lo spazio visibile accompagnata da un intenso odore di zolfo che rende faticosa la respirazione.

Quando la nebbia si dirada la creatura nota come Iacob giace ansimante a terra sebbene nuovamente integra, sovrastata dal demone Azazel la cui voce cavernosa pronuncia le seguenti parole: “Sciocco, pensavi di poter giocare con poteri più grandi di te. La tua maledizione è stata quella di diventare un immortale ed essere un abominio su questa terra; avresti dovuto accontentarti di questo e pascerti di una vita infinità, invece hai voluto sfidare grandezze che sono più potenti di te. Ed ora brucerai all’inferno.” Ciò detto il demone pone una mano sulla testa del predicatore il cui corpo viene interamente consumato dalle fiamme in un instante.

Dopo ciò Azazel si rivolge ai custodes ringraziandoli e sancendo la conclusione del patto scomparendo lasciandosi dietro il suono di una risata che permane nell’aria per alcuni istanti. Il contubernio quindi torna indietro ed esce dalle cantine, ripassando dalle cucine dove non si trovano più i servi e la matrona che lì erano stati legati, al loro posto solo le corde. Usciti dalla casa della famiglia Anarice, i custodes trovano le dieci reclute affidate a Minimo ad aspettarli e insieme a loro i servi, la nobildonna ed il bambino che avevano evidentemente provato a scappare. Viene quindi dato l’ordine e le reclute fanno da staffetta con le tre centurie della I Ulpia in attesa che entrano in azione come stabilito. La quiete della notte viene interrotta dal rumore dei passi corrazati dei legionari a cui seguono alcune urla che squarciano il silenzio e il bagliore di un principio di incendio prontamente sedato.

Dopo un paio d’ore la quiete è stata ristabilita e in uno spiazzo, sorvegliati dai soldati della I Ulpia Dacorum, sono radunate un centinaio di persone tra nobili e servi, donne, uomini ed infanti, in attesa del giudizio di Roma. Il gruppo è quindi raggiunto dal Procurator Augusti Appio Cornelio che enuncia in pubblica piazza l’accusa per gli arrestati e dispone che vengano portati alle prigioni e che i loro possedimenti vengano proscritti (espropriati).

Ave atque vale!

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